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Sempre meno terra per coltivare

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Riceviamo e pubblichiamo.

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Circa la gestione del territorio, ogni comune, di fatto, gode di ampia autonomia e dal 1990 è stato stimolato a incrementare l’edificazione per aumentare il gettito dell’ICI, oltre che degli oneri di urbanizzazione coi quali si possono coprire anche le spese correnti. L’Emilia-Romagna si trova al vertice della tendenza tra le regioni del nord, davanti a Lombardia, Veneto e Piemonte. La nostra provincia è al primo posto e in meno di vent’anni ha consumato 20.000 ettari di terra di pianura (pari a quattro o cinque comuni medi), molti più di quelli che sono stati necessari nella fase precedente per realizzare l’urbanizzazione, l’industrializzazione e le autostrade.

Oltre alla spinta dovuta ai centri commerciali e al mercato immobiliare, agiscono le cause storiche che hanno dato origine a una disseminazione di insediamenti particolarmente fitta e disordinata. Di fronte a questo quadro il mondo rurale non ha alcuna possibilità di contrapporsi in termini di peso economico e di numero di voti. L’ente locale non è più neutrale avendo interesse a spingere l’espansione urbana che provoca contraccolpi inesorabili perché stimola l’aumento del prezzo del terreno coltivabile mentre cala il prezzo dei prodotti agricoli, avvelena l’agricoltura e incentiva l’abbandono tra le poche imprese rimaste.

La Provincia si accinge a mettere in funzione il nuovo Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale. Proponiamo suggerire l’adozione di due strumenti che aiutino a frenare l’erosione. Nella cultura di tutti i cittadini deve entrare il convincimento che il consumo della terra ha conseguenze più pesanti delle minacce alla sicurezza ed è più difficile da rimediare della disoccupazione, perché la terra agricola non si riproduce, ne abbiamo meno di altri e la sua perdita compromette il futuro della nostra popolazione. Ci permettiamo esprimere la necessità che la pianificazione provinciale e comunale sia accompagnata da una partecipazione più incisiva e che la Provincia si avvalga di esperienze associative capaci di documentare e divulgare le alternative nelle scelte agendo fuori dall’alveo del servizio pubblico.

La seconda attenzione è rivolta al funzionamento delle istituzioni pubbliche. Il mondo rurale ha bisogno di forme rappresentative apposite per affrontare il fenomeno dell’espansione urbana e poter esercitare il necessario contrappeso. Poiché questo non è previsto dall’attuale ordinamento, urgono riforme analoghe a quelle introdotte nelle altre società avanzate per ovviare alla condizione minoritaria della popolazione rurale. Tuttavia è possibile agire subito in ambito locale affrontando il problema particolarmente acuto e la diocesi suggerisce di potenziare lo strumento del Consorzio di bonifica che la Regione sta riformando perché abbia dimensione provinciale.

La Provincia può intervenire per attrezzare il Consorzio in modo che i rappresentanti della campagna siano in grado di dialogare con la città, venendo messi nella condizione di seguire sia la complessa pianificazione comunale e provinciale, sia le trasformazioni interne del sistema agroalimentare.

(Don Emanuele Benatti, Centro missionario diocesano; don Gianni Bedogni, Ufficio diocesano pastorale sociale; dr. Enrico Bussi, Associazionne rurali reggiani)